Che bella esperienza visitare il laboratorio di Andrea Ballarin. Legno grezzo e chitarre finite sono alla vista di chi cerca il respiro dell’artigianato unito all’esperienza ventennale. Mi interessa sapere come una passione così evidente sia diventata lavoro. Andrea, come nasce la tua passione? Ho cominciato a suonare a 17 anni, tra l’altro con la chitarra di mio fratello, da autodidatta. Poi, verso i 19 anni ho costruito la mia prima chitarra, tagliando i ripiani di un armadio vecchio di mio papà. Mi ero comprato un paio di libri in inglese, gli unici disponibili allora, ordinandoli negli Stati Uniti. La cosa davvero difficile è spaziare i tasti, c’è una formula per crearli e bisogna usare una certa accortezza, comunque la chitarra c’è ancora e l’ha un mio amico. Poi ho conosciuto a Schio un artigiano e ho lavorato con lui un anno. Dopodichè ho deciso di intraprendere quasta strada da solo, aprendo un laboratorio che inizialmente era in Lungo Leogra. Da li ho dato vita ai primi modelli per la fiera. A quel tempo era più facile proporre le proprie creazioni ai negozianti, anche perché era più semplice la distribuzione. Sono partito con dei rivenditori che commercializzarono i miei prodotti e alla fine mi sono trasferito qui in Via Paraiso. Nel tempo mi sono ingrandito e installando anche la cabina di verniciatura per avere la lavorazione completa, per aumentare la produzione. Quanto tempo ci vuole per avere una chitarra finita e come si sceglie la chitarra dei propri sogni? Per la chitarra ci vuole circa un mese. Con l’andar del tempo ho scoperto che per chi l’acquista, la chitarra non è solo uno strumento, ma un’icona. Si sceglie il modello in base al genere che si suona o in base ai propri eroi o a come ci si vede. Ci sono, poi, musicisti e appassionati che hanno un’altra prospettiva, vogliono farsi costruire uno strumento che soddisfi le loro particolarità e richieste e quello è il caso più interessante perché applichiamo gli ingredienti giusti per avere uno strumento ad hoc, sia come suono, sia come estetica. In pratica costruisci lo strumento con chi la utilizzarà, anche come sonorità? Si certo, ho un bassista molto originale che lavora per grandi nomi e lui ha diversi miei bassi, proprio perché ricerca sempre sonorità diverse, particolari in base alle sue richieste. Sono sempre meno quelli che ragionano così, quasi tutti i musicisti, soprattutto nell’ambito pop, rock sono molto omogeneizzati, percorrono la stessa strada. Ho un altro bassista che lavora con un artista molto famoso, e che, quando suona per conto suo, usa il mio strumento, qundo suona per l’artista famoso ha l’obbligo di utilizzare un basso vintage. Vedo chitarre dalle forme più varie e dai legni più diversi. Sono legni particolari e non fanno parte della stessa gamma. Ho proprio delle aziende che mi mettono da perte il legno che sanno prediligo e dai quali creiamo le nostre chitarre. A volte sono in legno pieno, altre volte le svuotiamo per rendere le sonorità diverse. Ultimamente, ho progettato una linea realizzata in Cina e commercializzata a prezzi più bassi, proprio per poter distrubuire grandi quantità. Io ho fatto il progetto e dall’anno scorso abbiamo il catalogo completo. Adesso ho il machio Manne per quelle realizzate da me in laboratorio e Manne design per quelle della grande distribuzione. Due anni fa, ho anche creato una nuova linea, applicando le nostre idee alle linee tradizionali, dove lo strumento classico viene personalizzato dalla mia esperienza. Mi piace molto anche dedicarmi alle riparazioni, ci spediscono gli strumenti anche dall’estero. Ne sono fiero, perché non sono molti che riparano gli strumenti e lo fanno bene. Ma che prezzi ha un tuo strumento? Come cifre siamo dai 290 ai 3000 euro. È più facile fare uno trumento che costa di più piuttosto che uno che costa di meno. Voglio realizzare ottimi chitarre ad un prezzo giusto. Ma, toglimi una curiosità, perché Manne? È il mio soprannome da ragazzino, ancora gli amici mi chiamano così. Siamo un gruppo che si ritrova ancora. Ripensamenti? Nessuno. È questo il lavoro che voglio fare, i pesi ci sono sempre, ma ho ricevuto dall’attività molte soddisfazioni e, guardando bene, è stato come crescere un figlio. E credo che il meglio debba ancora arrivare. |