Maria Cristina Benetti, Assessore alle Politiche Culturali, all’Istruzione e Formazione, e alle Pari Opportunità del Comune di Valdagno, ha tutte le competenze per parlare di giovani e della loro formazione, infatti, oltre all’impegno presso il Comune, è anche Dirigente Scolastico con la responsabilità di circa ottocento ragazzi.
Iniziamo dal suo ruolo di assessore, quanto la coinvolge, quanto è impegnativo?
L’impegno è notevole, ho iniziato per caso a metà del precedente mandato. Ricordo ancora la telefonata del Sindaco che mi richiedeva un colloquio. Supponevo si trattasse di un incontro per una questione relativa ai trasporti che si era creata con i ragazzi della mia scuola, invece, mi sono sentita proporre il ruolo di assessore. Inizialmente ho rifiutato, non capivo cosa avesse spinto il Sindaco a chiedermi una cosa del genere visto che non ci conoscevamo molto, e non credevo nemmeno di essere in grado di svolgere un simile compito. Alla fine, non so ancora come, dopo tre mesi ho accettato, anche se stavo facendo il concorso da dirigente ed ero molto impegnata.
In ogni caso, ancora adesso, mi sento più un tecnico che un politico; anche se devo dire che la mentalità politica in qualche modo si sviluppa quando si comincia ad avere una visione di insieme delle problematiche della città, a capire tante cose che dall’esterno non si vedono.
Dico sempre che ho vissuto maggiormente la mia città negli ultimi anni, da quando ho assunto il ruolo di assessore, che nei precedenti, anche se sono sempre stata impegnata, prima con i gruppi giovanili, poi con l’animazione in oratorio e il volontariato.
Per me questa è un’esperienza molto arricchente che però mi assorbe molto e mi sta anche privando di tante cose. Come sempre vivo tutto in modo totalizzante: già il mio lavoro è molto impegnativo perchè richiede parecchie energie ed assunzioni di responsabilità, infatti il ruolo del Dirigente Scolastico non è più quello del preside di una volta, e non è facile conciliare tutto. Nelle politiche culturali poi, ci sono sempre poche risorse economiche, e tuttavia si cerca di creare il maggior numero possibile di eventi e di iniziative. Sappiamo che nei bilanci comunali le risorse riservate ad un certo tipo di politiche sono limitate, rispetto a quelle per i lavori pubblici o altro, è naturale e comprensibile. L’evento culturale o i laboratori di prevenzione primaria non sono considerati allo stesso modo di un’opera pubblica: il marciapiede è lì, si vede e risponde in modo immediato e visibile alla domanda del cittadino. I servizi culturali spesso sono visti solo come costi, quindi una cosa a cui io tengo molto è che il servizio sia erogato, in ogni caso, al meglio, cioè in modo efficiente, efficace ed economico. Per carattere mi dedico molto alle cose che faccio, lavoro e assessorato, anche se non sempre apprezzo questa mia caratteristica perchè dovrei ogni tanto riappropriarmi dei miei tempi. Spesso chiamo il mio ruolo di assessore “la mia nuova forma di volontariato” nel senso che, non essendo per me una professione, lo interpreto come un modo di essere utile alla città, facendo del mio meglio: mi sento a posto quando so di aver fatto tutto quello che sono in grado di fare.
Vista la sua esperienza e competenza, come vede le dinamiche giovanili, e mi riferisco ai fenomeni di bullismo, tanto sentiti ultimamente?
Una lettura dei fatti: questo è un fenomeno che preoccupa, i dati nazionali vedono molto più coinvolti i ragazzini della scuola primaria e secondaria di primo grado, rispetto alla secondaria di secondo grado.
Il bullismo alle elementari può essere rovesciare il piatto a mensa, che può comunque comportare problemi rilevanti; mentre alle superiori è di ben altra portata. Io credo che nessuno sia impreparato ad affrontare il fenomeno, credo che tutti coloro che operano nell’ambito giovanile, da chi si occupa di animazione, a chi insegna, fino a chi dirige le scuole, abbia ben presente la situazione.
Non è facile però contenere i fatti eclatanti, anche perché il ruolo della stampa non ci aiuta: l’evento poco edificante finisce in tv o sui giornali, quello positivo resta nell’ombra. Questo comporta una reazione da parte dei nostri ragazzi, che hanno tanto bisogno di visibilità, probabilmente a causa di un certo tipo di cultura, anche televisiva, che li circonda. Tra i giovani sta passando l’idea che la visibilità è la cosa più importante, quasi il raggiungimento di un successo.
Spesso le aule scolastiche sono utilizzate da ragazzini in difficoltà o con disagi personali o familiari, proprio come una passerella per uno show.
E bisogna anche tenere conto che il bullismo esiste perché c’è anche chi lo accetta, chi assiste passivamente. Io dico spesso ai miei ragazzi che le cose dette tra loro, da pari a pari, sono quelle che più contano; se è un amico, che magari stimi, a parlarti, quello che ti dice ti resta dentro, se lo dice l’adulto è diverso.
Inoltre, l’individualismo ha la meglio sul gruppo, i gruppi sportivi e le parrocchie fanno ancora molto lavoro, ma c’è meno partecipazione, ci sono ancora molti volontari che dedicano il loro tempo ad attività di animazione, anch’io l’ho fatto in gioventù e, già allora, alcuni genitori si lamentavano perché al sabato pomeriggio avevano altro da fare con i loro figli. Allora ecco che la rete comincia a smagliarsi: solo se lo stesso obiettivo è condiviso da famiglia, scuola, gruppi di volontariato e gruppi sportivi le cose possono migliorare, perchè più la rete è stretta, più otteniamo risultati.
Se la famiglia si muove su una direttiva e la scuola su un’altra, il ragazzino non trova più dei confini precisi, non trova un confronto univoco, né quello scontro, che è fisiologico ci sia, purchè costruttivo.
Conseguenza: abbiamo ragazzi molto fragili che assumono comportamenti anche molto diversi; alcuni nel gruppo assumono un atteggiamento da bulli, altri magari piangono per ogni sciocchezza.
Progetti futuri?
Restando in tema, l’assessorato alle politiche giovanili porta avanti da anni un progetto di prevenzione primaria chiamato “CreAttivaMente”, che ha come obiettivo quello di rendere protagonisti e partecipi i ragazzi. Una gara di idee, che avviene nel corso dell’inverno, porta a realizzare delle attività e degli eventi estivi, attingendo alle idee sostenibili e realizzabili.
Tutto ciò riempie l’estate e così i nostri giovani non si annoiano, vengono responsabilizzati nell’organizzazione degli eventi e resi protagonisti. Molti ragazzi infatti spesso non sanno come trascorrere il loro tempo: leggono poco, non tutti sono dediti allo studio, la tv dopo un po’ stanca e hanno bisogno di stimoli e sensazioni forti, così si rifugiano nei bar, come dimostra l’eccessivo uso di alcool e altro tra gli adolescenti. Per questo si vuole farli emozionare con il divertimento vero: non è facile agganciarli, soprattutto certe fasce di giovani che non vogliono perdere il ruolo che si sono dati facendo vedere che si danno da fare, che si divertono, ballando, travestendosi o giocando in piazza.
Siamo convinti che il nostro compito sia quello di educare i giovani a vivere in comunità, a lavorare in gruppo e a rapportarsi agli altri con rispetto.