Che interessante conversazione quella avuta con Lina Cocco: assessore alla Formazione e Città dei Bambini di Schio. È una donna effervescente, colta, spiritosa che tiene banco con le mille esperienze della sua vita che si è dipanata tra alti e bassi, a volte feroci, ma che lei ha saputo affrontare da vera combattente. Ex insegnante, scrittrice di favole e storica dedita al recupero delle nostre tradizioni locali, Lina Cocco si esprime con libertà d’animo e acutezza.
Quanto si sacrifica per la politica e fino a dove ha relizzato i suoi ideali?
La mia è una storia particolare, io non sono una politica, non avevo prima un’idea, come chi cresce in un partito, tra l’altro faccio parte di una lista civica.
Mio papà era capo partigiano, è stato lui che ha comandato la famosa battaglia di cima Palon. A casa mia si è respirata quell’aria lì, io e mio fratello siamo cresciuti con il dna della sinistra, ed è un po’ come una fede, non l’ho mai messa in discusione e ne’ ho mai avuto nessuna tessera, tu cresci vedendo il mondo da quel punto di vista là. Quando avevo vent’anni ho partecipato ai collettivi femministi del ’68, ed era quasi gioco forza farvi parte, con le battaglie per l‘aborto e il divorzio: sono sempre stata molto idealista. Poi, se mi si chiede se sono d’accordo con l’aborto rispondo no, ma ritengo che sia un principio civile proteggere chi ha necessità di farlo. Ho sempre combattuto per ciò in cui credevo, sarà perché mio papà ci predicava il contrario di quello che aveva fatto, raccomandandoci di non andare mai contro il sistema perché se no l’avremmo pagata. Per lui era stato così, era andato anche in prigione per uno sciopero al lanificio Conte, era deluso e ha sempre cercato di darci degli insegnamenti “dignitosamente da pecora” dicevamo mio fratello ed io. Fino a che studiavamo e abbiamo vissuto con lui, facevamo i bravi ragazzi, poi ci siamo dimostrati dei combattenti, così mi sono salvata nella vita che, nelle vicende personali, non è stata facile.
Quando paghi prezzi pesanti, ti salvi solo se hai la grinta e quella l’ho presa da mio padre. Io, comunque, non avevo formulato degli ideali partiticamente politici; volevo assicurare una vita sana ai giovani, avere diritti per gli anziani, gli handicappati, gli stranieri, chi è in svantaggio; lottare per un ideale di buon senso. Anche dare alle donne le stesse opportunità degli altri; io ho sempre vissuto in una casa dove la parità era vera e quando sentivo, girando per i convegni, che le donne non si riconoscevano alcuna possibilità, restavo di sasso.
In questo senso, non ho ceduto di un millimetro.
Le donne hanno le stesse opportunità degli uomini in politica e nella vita?
Generalmente, quando ti trovi in un contesto di discussione politica, noi donne dobbiamo sempre essere un po’più brave dei maschi. Quando si discute, pare impossibile, se una cosa viene detta da un uomo è portata fin in fondo, pur se ha difetti, se lo dice una donna, questa deve dimostrare e giustificare. Spesso in una donna viene guardato anche molto il carattere, se un giorno perdi la pazienza, e può capitare, sei inquadrata come quella emotiva e il giorno dopo devi dimostrare che sei razionale. Invece, non ci si rende conto che noi donne siamo più dirette nel dire le cose. A volte stiamo male, ma noi tendiamo a vivere visceralmente tutto. In generale, trovo che abbiamo meno condizioni vantaggiose, sia per il carattere e l’emotività, sia per il fatto che una volta arrivate a casa si ricomincia da capo, sono tutti lì che ti aspettano. Spesso non è capito, magari ti rimproverano perché sei nervosa, ti credo, avresti solo voglia di sederti e riposare il cervello esaurito da tre o quattro riunioni e non puoi. Trovare il tempo per la famiglia è un po’ complicato per una donna perché il lavoro, anche quello di assessore, corre ancora sui ritmi e sugli orari maschili. Chi fa il nostro lavoro è impegnato dalle otto, fino alle dodici o quattordici ore al giorno, quando alla routine quotidiana si aggiungono consigli o riunioni, inclusi il sabato e le domeniche, nelle quali siano disponibili per le occasioni che la città propone. È vero che non è un lavoro al telaio, però dalle otto di mattina non ti fermi più: lavoro in ufficio, pubbliche relazioni, visite nelle scuole, relazioni, consigli comunali e magari la gente ti vede in televisione lì seduto in Consiglio Comunale e pensa «guarda quello li come lavora». Il nostro è un lavoro come quello dei docenti, non si riesce mai a misurare e la mente è sempre concentrata, quando ti fermi sei finito, lo provavo già quando ero insegnante, ma, adesso, sento molto il peso della responsabilità per la città. Non mi dimentico mai che c’è un senso di giustizia per cui tu devi rendere conto: se ti danno questo stipendio, tu te lo devi guadagnare, è un principio etico.
Lei scrive anche fiabe e recupera le tradizioni popolari dei nostri teritori, quella di scrittrice è una parte importante della sua vita?
Mi piace davvero molto, con Mariano Castello, un altro nostro scrittore locale, abbiamo raccolto in un libro, dalla viva voce di venti persone, ospiti di tutte le strutture per anziani di Schio, i racconti della loro vita di emigranti. Abbiamo scritto la testimonianza in dialetto veneto, ma, a fronte, c’è la traduzione in italiano, proprio per far capire a tutti i contenuti trasmessi. Molti mi hanno ringraziato, perché certi termini dialettali non ci sono più. Io ho curato soprattutto la traduzione in italiano, la prefazione e l’introduzione storica, perchè io tenevo anche conferenze sull’emigrazione; questo fa parte dei miei studi storici di questi anni. È stata una grande lezione di vita. Ho scritto anche un libro intitolato “Faedo, frammenti dal ciclo della vita umana e dal ciclo dell’anno nelle tradizioni popolari: studi, ricerche e comparazioni”, ma un’altra delle mie passioni sono le favole. Ho cominciato a scrivere fiabe quasi per scherzo, come ricordi di viaggio; il mio primo libro è dell’84, anno in cui è nato Simone, mentre suo fratello Tommaso è nato nel ’87. Da lì è partito uno studio che ho sviluppato per conto mio, relativamente alla fiaba. Mi sono ripescata tutti gli autori, tra cui Propp, uno studioso russo dei primi del ‘900 che ha ricostruito tutto il patrimonio di fiabe ed ha elaborato una teoria sulla costruzione delle stesse, che dimostra quello che io pensavo dentro di me: le fiabe non sono per bambini. Sono racconti per adulti, scritti usando delle simbologie da decodificare: dietro la fiaba c’è sempre un significato e Propp ha introdotto una teoria che mi piace tantissimo, si è accorto che la strutura della fiaba è divisa in momenti e tu, prendendo i momenti puoi costriure una fiaba come vuoi, i momenti corrispondono ai riti iniziatici dei bambini nelle antiche civiltà. Io utilizzo la parte terapeutica della fiaba, dimostrando che dal passato ognuno può scrivere la sua Fiaba.
Questo mi ha salvato la vita, mi ha aiutato a superare le dure prove della mia vita, che io paragono ad un rito iniziatico.
Ho ascoltato con interesse quello che mi ha raccontato questa donna vivace e aperta al mondo nonostante tutto, un esempio per tutte noi, anche per chi non crede alle favole.