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Nadir Maraschin: la dura vita da star


Nadir in concerto con i Kingsley a Los Angeles


Avrei potuto fare una sola domanda a Nadir, ben sapendo che lui avrebbe farcito la risposta con tutte le esperienze che sta vivendo in America, i personaggi che incontra in tour con la sua rock-band di Hollywood e gli show che deve regalare ogni volta al pubblico statunitense:

è dura la vita da star?
Vedi, tutti pensano che vivere a Hollywood o Los Angeles sia bello, facile, ma in verità è dura, è molto dura. E allo stesso tempo, è anche molto bello, perché vivi di occasioni: vivi sempre al massimo oggi, perché sai che domani tutto potrebbe cambiare. Ma rimani qua, perché sei consapevole del fatto che c’è più opportunità qua che non a Schio, anche se comunque il successo può arrivare da un momento all’altro.

Raccontaci come sei arrivato a Los Angeles, la città dei sogni per un musicista.
Innanzitutto ero circondato da persone che mi spingevano ad uscire dall’Italia, mi dicevano di andare a studiare all’estero perché ad un musicista l’Italia non offre granché.
In verità posso dire che la situazione musicale, adesso, è pessima ovunque. La grande differenza è che qua in America ti danno la possibilità di crescere come un vero musicista professionista, perché hanno la musica nelle scuole.
In Italia, durante gli anni delle superiori, tutti mi consigliavano di andare a studiare in America. Quando poi ho avuto l’opportunità, grazie ad una serie di circostanze, mi sono lasciato convincere e ho deciso di cogliere l’occasione.

È stato difficile per te trovare una band, cominciare a vivere di musica?
Cominciai a suonare con i VINTAGE, e furono loro inizialmente a trovarmi su Internet dopo 6 mesi che avevo cominciato gli studi. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha colpito il fatto che, a differenza dell’Italia, hanno guardato molto la mia personalità: prima mi hanno conosciuto e poi mi hanno sentito suonare. Nessuno di loro mi ha chiesto se fossi laureato o se avessi chissà quale titolo di studio, ci siamo semplicemente divertiti una sera assieme e poi mi hanno fatto suonare i pezzi che mi avevano dato da imparare, e che per me comunque erano abbastanza semplici.
Da quel momento ho cominciato a suonare con loro, abbiamo vinto una gara di musica in un club di Los Angeles e poi siamo stati contattati da alcuni produttori.


Adesso con chi suoni? Come ti trovi? Che musica fate?
Ora suono con i KINGSLEY, di cui fanno parte alcuni componenti della mia band precedente. Mi trovo benissimo con loro, ormai sono come fratelli per me, sono quasi tutti ragazzi della mia età. Facciamo un rock-pop, melodie semplici e moderne, e suoniamo anche con le tastiere.


Un ricordo dovuto: c’è una persona che pensi di dover ringraziare maggiormente per essere diventato un musicista professionista in America?
Sono più di una, e sono i miei genitori.
Sono sicuro, perché se anche in Italia mi arrangiavo lavorando e insegnando, quando mi sono trasferito qui i costi erano molto alti, e loro mi hanno sempre sostenuto, aiutato. Per quanto folli possano essere state le mie scelte, loro sono sempre stati al mio fianco.

di GianMaria Collicelli

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